“Arrival”, un film metacostruttivista

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Gli amanti del cinema stiano tranquilli: non intendo rivelare le vicende di questo film indipendente di ottima fattura, né recensirlo più di quanto sia utile a capire di che cosa andiamo parlando.

Ovvero che non si tratta né del solito polpettone tutto spara-spara ed effetti speciali, ma neppure di un film sull’arrivo degli alieni sulla terra, anche se di questo tratta la trama e non è un mistero per nessuno, più di quanto non lo fosse stato “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick del quale l’autore del romanzo ebbe a lamentarsi perché – appunto – ne venne stravolta la natura fantascientifica.

L’argomento che presenta Arrival è di natura mentale, esoterica o metafisica, se si vuole; certamente linguistica, ma prima di tutto metacostruttivista.

Non solo il tema del linguaggio viene affrontato con un approccio che potrebbe essere stato battezzato dai grandi costruttivisti come Ernst von Glasersfeld, Von Foerster o lo stesso Piaget e Chomsky, ma gli sviluppi che conseguono all’ingresso nella natura mentale dell’espressione linguistica portano a svelare gli stessi moventi che ci hanno condotto ad elaborare le basi di quel passo “oltre” il costruttivismo classico e la seconda cibernetica che ho chiamato metacostruttivismo.

Un altro tema costruttivista che si ritrova in Arrival è quello della circolarità presente in tutta la discorsività della relazione fra la linguista e l’alieno. Sappiamo che il superamento della logica lineare con quella circolare ha accompagnato tutta la disciplina sistemica quanto meno dall’idea di un’ecologia della mente introdotta dal genio di Bateson. Come il metacostruttivismo, il film chiede uno sforzo ulteriore: la circolarità non si dispiega come nella linearizzazione di un cerchio, ma si intensifica in una polidimensionalità come il dispiegarsi di un frattale di Mandelbrot in miriadi di universi paralleli.

downloadMolti spettatori all’uscita dal cinema mostravano un malcelato disorientamento e già sulle scale cercavano di fornire spiegazioni lineari come fosse la soluzione di un giallo, mentre l’unica possibilità per rapportarsi a questa storia è di accettarla, come fa la protagonista, o di rifiutarla. Nel primo caso si lascia che germini nel nostro sentimento del vivere, mentre nel secondo la si tiene fuori da un pensiero apparentemente in grado di spiegare tutto, ma non la morte vissuta, la memoria partecipata o l’illusorietà del tempo.

Il rapporto con questo film è il definitivo tema comune fra Arrival e il Metacostruttivismo. Se siete di quelli che non hanno ancora capito di che cosa stiamo parlando quando parliamo di “Metacostrutivismo“, questo film potrebbe facilitarvi il compito o comprendere di volerne in ultimo starne il più possibile lontani.


 

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8 thoughts on ““Arrival”, un film metacostruttivista

    • L’ho cominciato su Netflix, soprattutto perché adoro Jeff Bridges (di cui sempre su Netflix ho apprezzato moltissimo il film distopico simil-Divergent con lui e l’arpia Meryl Streep a cui quelle parti vengono decisamente naturali e quindi perfette), e anche perché mi ricordava il paese per vecchi di Cohen con T. L. Jones. Però patisco un po’ il genere balordi bruciati dal destino e non l’ho finito di vedere anche se mi sembrava ben fatto.

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      • Grazie a te per la dritta. In settimana avrò certo occasione di riprenderlo, anche perché su Netflix ultimamente c’è un po’ di morta (magari per i bulimici cinematografici 🙂
        Pensavo anche di lanciarmi in un rischio tutto da cinefilo-nostalgico anni 40-50 e andare a vedere La-La Land. Vediamo… Avrei visto volentieri anche l’ultimo di Jarmush ma c’è in un solo cinema e ho sempre avuto problemi ad andarci. Ciao!

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      • La La Land è un cesso. Intorno a questo film è stata montata una campagna di marketing che va ben oltre i limiti della pubblicità ingannevole: dovrebbe essere un musical, e invece le parti cantate scompaiono quasi totalmente dopo la prima mezz’ora; dovrebbe essere una commedia romantica, e invece parla di una coppia in crisi; dovrebbe essere un feel good movie, e invece è di una tristezza infinita.
        Tutto questo l’avrei potuto accettare se almeno ci fosse della qualità, ma ti assicuro che dal punto di vista artistico le uniche cose che si salvano sono l’interpretazione di Emma Stone e parte della colonna sonora: tutto il resto va a comporre una delle storie d’amore peggio raccontate che abbia mai visto.
        E’ davvero uno scandalo che Silence abbia 1 nomination agli Oscar e La La Land 14. I numeri andavano invertiti, anzi il “musical” di Damien Chazelle agli Oscar non doveva arrivarci proprio. Ciao! 🙂

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      • Eh, in effetti attorno a queste premiazioni ruotano tali e tanti interessi che spesso il peso politico di un film finisce per influire ben più del suo valore artistico.
        Comunque, se la mia delusione si fosse limitata (appunto) al valore artistico di La La Land, allora sarei stato zitto (come faccio abitualmente quando vedo un film che non mi piace); ma dato che in questo caso c’è stata anche una campagna di marketing furbetta, volta a presentare come solare e ottimista un film che invece è una tragedia greca, a quel punto io non ci sto, e mi metto a fare pubblicità negativa. Buone visioni! 🙂

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