Rapport? Ma anche no

nota a margine dell’articolo di costanza battistini

Costanza ha condiviso un epistolario nato da una relazione di counseling.

Disponendo solo di un collegamento mobile e non consentendo Medium commenti a margine troppo lunghi vorrei prendere spunto da quello per mettere in evidenza questioni che Costanza non tratta per non uscire dalla “cronaca” che lascia ai lettori la libertà di fare le proprie considerazioni. opportunità che mi piace poter cogliere con la nota che segue:

«Il limite che sempre più frequentemente incontrano le relazioni d’aiuto, dalla psicoterapia al counseling, è dato dal fatto che il costume dei nostri tempi di “libertà obbligatoria”, come la definiva Gaber in anni meno evidenti, abbia sdoganato molte delle dimensioni un tempo considerate psicopatologiche sotto forma di “disinibizione” o “emancipazione”, al punto che il concetto stesso di “border line” — ridicoli DSM a parte— mi sembra che esprima più la debolezza del “confine”, della linea di demarcazione fra quello che è consentito e quanto è un abuso di disponibilità nella relazione professionale fra cliente e counselor/terapeuta.

Qui vale la pena di scomodare Freud, ai cui tempi la figura del professionista era molto più rispettata che in questi caratterizzati da una diffusa rappresentazione di meretricio del lavoro intellettuale.

In casi di questo tipo i canoni della procedura clinica proporrebbero di proseguire lavorando sul transfert ed in particolare mettendo a fuoco le resistenze come oggetti di lavoro. Tuttavia, la promiscuità delle possibilità di comunicazione offerte ai giorni nostri rendono sempre più complesso isolare le dinamiche all’interno dei setting.

Modelli come il costruttivismo sono troppo spesso stati strumentalizzati a uso e consumo dell’opportunismo: mettere in discussione la realtà convenzionale non vuol dire affermare la realizzazione di realtà fantasiose ALL’INTERNO DELLA STESSA realtà convenzionale, perché questo è un nevrotico e patetico tentativo di conservare “la botte piena e la moglie ubriaca”.

Ė come negare gli effetti dell’età senza negare il pregiudizio dell’età, perché voler essere “forever young” contraddice il principio di coerenza la cui importanza professionale ho sempre sottolineato: se vuoi essere — come da convenzione — giovane, affermi un modello delle età che poi non puoi permetterti di manipolare negando il modello stesso per conservarne solo quello che ti fa comodo.

Tuttavia, questo modo “berlusconiano” di pensare è sempre più pateticamente diffuso.

Rimane, tecnicamente, da dire che forse in situazioni di questo tipo la risorsa che maggiormente facilità il lavoro con manipolatori seduttivi della relazione clinica è ancora il gruppo, purtroppo decisamente poco nelle corde di una cultura individualista come la nostra europea e, in ispecie, mediterranea»

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