Coherence Process Method

UEBcoversmallVerità e coerenza

Trattando di vissuto, di conoscenza e di psicologia ci troviamo frequentemente di fronte ad un problema, quello del principio di “realtà” e della sua frequente sovrapposizione con quello di “verità”.

In definitiva, si ha così frequentemente a che fare con la domanda che, dopo aver vissuto l’esperienza un volo come corvo, poneva alla sua guida Yaqui, Don Juan: «Ma è successo davvero? Era reale quello che ho vissuto?».

La verità è materia del tutto ostica in ambito psicologico, nonostante il materialismo psichiatrico non abbia dubbi in proposito. In ambito mentale, parlare di verità è come l’esempio riportato da Watzlawick di quando il Barone di Münchhausen prese a volare sollevando la propria persona dal codino di capelli.

Se la mente è il garante della veridicità, come può essa stessa giudicare il vero (che nei fatti produce e/o certifica)?

La questione non è da poco e sarebbe di per sé in grado di divellere consolidate certezze.

In pratica, ci troviamo ad avere a che fare con il criterio di rilevanza per come lo approcciano autori come Goodman, Feyerabend, Rorty e così via.

Posta in altri termini la questione può essere così espressa: In mancanza di un arbitro sulla verità (questione di genesi quanto meno cartesiana, se non aristotelica), lasciamo decidere alle priorità, come l’efficacia ed il valore che sono principi etico-economici-sociali-politici, ma anche connessi al benessere del singolo, da un lato e del gruppo, dall’altro.

Alla fine la realtà è il frutto di un giudizio statistico del gruppo: come dire che la mente che sentenza sul reale è la mente collettiva, ben lungi dall’essere potenzialmente scevra da distorsioni, specie se la si sottrae dal contesto storico-semantico in cui si muove.

Coerenza, salute, malattia

A decidere se quello che vivo sia o meno vero e quindi sano è intanto il soggetto stesso: se quello che vive lo fa star bene con se stesso e con gli altri è accettato perché procura benessere, mentre il caso inverso corrisponde ad una situazione patologica. Poi sono le persone che ha intorno: se il comportamento del soggetto mette in crisi la convivenza, le relazioni o le convinzioni del gruppo significa che egli è portatore di devianza e malessere sociale.

Anche la psicologia può riservarsi un margine di provabilità che tuttavia esula dai criteri di verifica reali. È quello che chiamiamo “protocollo di coerenza” che, nonostante possa venire utilizzato anche dai ricercatori, trovo che presenti un grande interesse soprattutto per i clinici.

In poche parole, non importa se i criteri che una persona segue siano o meno reali. Quello che conta è che abbiano una loro regola interna che integra tutti gli elementi coinvolti dal giudizio o dal comportamento. Essi devono però:

  1. Poter essere definiti in maniera stringente nelle loro parti e nelle relazioni che li definiscono
  2. Non barare inventando eccezioni alle regole che essi stessi si sono dati
  3. Non cambiare logica ed epistemologia a seconda dell’opportunità a meno di non definire questa opportunità ad un metalivello

In pratica il principio di coerenza permette di stabilire l’algoritmo che regola per una persona o un gruppo le verifiche, la conoscenza, il giudizio e il comportamento in base alle regole interne dell’algoritmo riducibili fino alle proprie componenti minime, le quali devono potere soggiacere, proprio come un frattale di Mandelbrot, alla stessa funzione valida per il comportamento che lo include e per quello che ad esso viene incluso.

Coerenza e NuovaIpnosi

Proprio lo studio degli stati della mente o di coscienza è il luogo dove maggiormente si insinua il dubbio di verità e di veridicità.

Non importa sapere se quello che una persona vive sia o meno vero, ma è importante che il proprio copione comprenda, innanzitutto le leggi interne alla persona stessa e, successivamente, quelle che regolano le sue relazioni con quanto ha intorno in maniera congruente. Che cosa significhi congruente è presto esemplificato: nel momento in cui dico “tutte le persone hanno la coda” e qualcuno mi chieda “allora dov’è la tua?”, se io rispondo “non ce l’ho perché io non sono una persona, sono un Klingor”, in quel momento sto barando. È facile proseguire in maniera sempre più stringente in proposito, ad esempio domandando chi è un Klingor, dove vive, che cosa mangia, come si relaziona agli altri, come lo riconosci…

In un caso di questo tipo non sarà troppo difficile arrivare a contraddizioni di rilevanza del tutto pratica senza far intervenire un giudizio esterno alla regola stessa. In questi casi il soggetto dovrà introdurre elementi di spiegazione esterni ai criteri adottati, spesso inventandoli, che ben difficilmente reggono alla prova dei  fatti, soprattutto quando si chieda loro di praticarli.

Botte piena e moglie ubriaca

PeanutsUna situazione frequente in un momento come questo, particolarmente gravido di procacciatori di magia take away, bisogna fare particolarmente attenzione alle asserzioni che vengono espresse.

Un esempio abbastanza pratico e ricorrente è dato dal rapporto con il tempo.

La variante “quantica” di mente e corpo non di rado mette in discussione la sostanzialità della variabile temporale. Ma “negare” la “realtà” del tempo è un’affermazione radicale e come tale va assunta.

Il comportamento nevrotico — che, senza scomodare la psicopatologia potremmo più semplicemente chiamare opportunistico-consumistico — di molti clienti di counselor o psicoterapeuti si esprime in proposito più o meno in questo modo: “Tu insegni che il tempo non esiste, allora perché non capiscono — tu stesso compreso — che sono eternamente giovane”.

In pratica, l’applicazione del “protocollo di coerenza” impone che chi afferma che il tempo non esista debba abolire anche la condizione di “gioventù” e n0n solo di vecchiaia. Questo, sia perché l’una esiste in funzione dell’esistenza anche dell’altra, sia perché gioventù e vecchiaia sono variabili temporali nei confronti di una dimensione spaziale quale può essere quella del corpo o della biografia personale.

In definitiva, la messa in discussione della legittimità della categoria “tempo” può reggere solo in un sistema di significato che non si regga su di esso. Ad esempio, durane una meditazione posso arrivare a percepire l’illusorietà del tempo, ma nel momento in cui partecipo alla vita di tutti i giorni che ha nel tempo e nello spazio il proprio presupposto estetico, questa possibilità non è data. Quindi la sindrome di Peter Pan che porta un numero sempre più diffuso di ex-giovani donne e ex-giovani uomini a percepire se stessi come perenni giovani, diversamente dai potenziali partner costituisce una deformazione della regola, un’incongruenza formale, una infrazione del protocollo di coerenza e, in quanto tale, invalida il teorema new age di questi figli di mammina opportunisti o nevrotici, a seconda delle categorie che si intenda adottare.

Il protocollo di coerenza andrebbe adottato particolarmente di fronte alle asserzioni di molti santoni più o meno baciati accademicamente, non tanto sulla base di una qualche istituzione di sapere accademica, quanto su quella della coerenza interna della propria applicazione. Non di meno lo stesso andrebbe fatto con certi politici o sociologi che sostengono la demagogia di certe critiche nei confronti dell’abbandono al degrado delle periferie lasciate in mano a delinquenza di culture sociali nazionali e sovranazionali che hanno rotto l’equilibrio vigente. Il protocollo di coerenza richiederebbe che pensatori democratici e politici tolleranti trasferissero residenza e abitazione in quegli stessi quartieri di cui affermano l’assoluta vivibilità lasciando i loro protetti quartieri residenziali alla popolazione che si lamenta della qualità della vita nel proprio quartiere.

Il principio di coerenza viene adottato anche nella tecnica dell’ipnosi come nel caso dell’Uomo di febbraio di Milton Erickson, dove la cura del dettaglio era stato il fondamento stesso della ricostruzione delle esperienze e dei significati della vita del cliente, ma anche da uno dei più fertili approcci cognitivisti definito, per l’appunto, “Coherence Therapy”.

logo_uovo_di_colomboCoherence Process Method Guida teorico pratica

Cap. 01 — Le regole per lavorare con la realtà

Precedentemente pubblicati:

Cenni sull’origine del Principio di Coerenza

Il “Coerentismo”

La storia della Coerenza come Teoria della verità viene fatta risalire ai lavori del filosofo inglese Harold Henry Joachim (28 May 1868 – 30 July 1938), rivalutati in epoca postuma e i cui richiami si trovano tutti nei lavori inerenti il linguaggio di Ludwig Wittgenstein.
Di lui si riporta soprattutto l’affermazione per cui Verità“e “Falsità”, nel “puro senso stretto dei termini, non sono altro che proprietà di Proposizioni: liberata dai pregiudizi, ogni proposizione può venire considerata vera o falsa. La verità o falsità di una proposizione è, per così dire, il suo sapore, che occorre cogliere, se ne siamo in grado, immediatamente nello stesso modo in cui possiamo apprezzare il sapore di un ananas o il gusto di gorgonzola”

In quanto “teoria della verità”, Il Coerentismo considera “vere” le proposizioni che sono coerenti con un set di frasi pre-definito. La convinzione di qualcuno è vera se e solo se è in linea con tutte o almeno la maggior parte delle sue altre credenze. Le dichiarazioni da considerare “coerenti” sono tali quanto più sono conformi ai requisiti di rasoio di Occam. Come esempio del principio, se la gente viveva in una realtà virtuale universo, potevano vedere uccelli sugli alberi che non sono veramente lì. Non solo gli uccelli non sono proprio lì, ma neppure gli alberi sono una vera e propria realtà. La gente sa che l’uccello e l’albero ci sono, perché tutto ciò è coerente con il resto delle loro esperienze nella realtà virtuale. Parlare di coerenza è un modo astratto di parlare delle cose che le persone veramente sanno, senza tener conto se sono in una realtà virtuale o no. Da Wikipedia.

Ripartendo da “Come se”

att_759513Il coerentismo ha illustri predecessori, a partire da quel Parmenide tanto scandagliato dal nostro Emanuele Severino, per arrivare alla Metafisica aristotelica che introduce il principio di non-contraddizione (o di consistenza e con esso quello del tertium non datur) per il quale se una proposizione è vera, non lo è il suo contrario, fatto che a priori non esclude che entrambe possano essere non vere. Oggi la logica fuzzy trova tale principio limitato perché i valori di verità sono presi nell’intervallo chiuso tra vero e falso nel campo dei numeri reali, e non quando si violi questa polarità introducendo termini dell’approssimazione come il “quasi”, il “circa”, il “forse” ecc… tipici dei criteri di valutazione della morale o dell’arte. In altri termini, se accettiamo come norma logica l’ambiguità la coerenza verrebbe ad avere meno valore; tuttavia, descrivendo il tema in questi termini ci staremmo muovendo sempre in un perimetro che premette la coerenza (coerente o incoerente alla legge di ambiguità) senza la quale probabilmente saremmo fuori dai perimetri della logica e del giudizio: probabilmente ci troveremmo nell’assertività arbitraria assoluta.

Si noti bene che il principio di coerenza non esclude affatto la molteplicità delle realtà, ma solo il fatto che si possa trovarsi contemporaneamente in due realtà aventi due principi in contraddizione fra di loro (a meno di non trovarsi in una che ha come principio il contenere due realtà compresenti in contraddizione – ma qui il discorso personalmente lo ritengo ozioso). Anche la dimostrazione per assurdo ci è di aiuto e ci servirà a comprendere come spesso l’assurdo, la provocazione e il paradosso siano gli strumenti principe nel lavoro sulla coerenza.

A questo punto subentra uno dei tanti contributi del filosofo tedesco Immanuel Kant che definisce i principi (come questo della coerenza) avere un valore non-costitutivo, ma regolativo. In altri termini, questi principi non ci servono tanto per conoscere la cosa-in-sé (ovvero la realtà, la verità, Dio…), ma per prendere le misure su come si fa a vivere questa ipotetica vita in questo ipotetico mondo.
Da Kant, proprio lui che è stato uno dei pensatori più rigorosi in assoluto, nasce un modo provvisorio di fare conoscenza: il cosiddetto “come se” – è già la parola stessa sa più di arte o comportamenti che di filosofia e scienza. Egli, e quanti sono partiti da lì, ci spiega che per rendere produttive le idee, un modo elegante per dire “fare della tecnica”, ovvero accettare di barare, bluffare, truccare le carte… pur di farci qualcosa con tante teorie della scienza pura, bisogna trattare i dati come se fossero cose, ossia come se andassero a comporre delle unità di senso (come se le informazioni profumassero o puzzassero, avessero colori, lucentezza, suono, ecc…).
Detto diversamente, del sapere ce ne facciamo qualcosa quando lo immaginiamo all’interno delle nostre metafore, rappresentazione della nostra vita compresa.
Vaihinger che è stato uno che a questa concezione si è dedicato di più ha estremizzato l’idea arrivando ad affermare che “la conoscenza è sostanzialmente finzione”. Nella sua visione concetti scientifici e categorie della conoscenza sono solo strumenti per organizzare l’esperienza, non per conferire oggettività alla realtà. L’errore che hanno compiuto molti critici come pure assertori è di considerare queste riflessioni una forma di pensiero “pratico”, di pragmatismo funzionalista: «Se la cosa funziona allora vuol dire che è vera». Non è così, così come non va considerato un tipo di nihilismo, a meno di non partire dalla consueta prospettiva presuntuosa del potere. Qui si dice che il nostro sapere è definito dai confini all’interno dei quali si trova a muoversi.

Questo ci porta ad un’affermazione importante: quello che possiamo o non possiamo affermare è compreso nelle variabili delle nostre proposizioni e, più in alto, dalle regole del linguaggio. Ma questo significa anche che cambiando le proposizioni di partenza modifichiamo anche i risultati “pratici” a partire dal significato che vengono ad assumere per ciascuno di noi.

Dal “Come se” alla “Coerenza” situazionale

Come si diceva prima, però, descrivere una teoria in termini di “Come se” non è certamente elegante.
La prima e più importante obiezione a questo approccio è che sottenda un trucco. In fondo sta nel “pezzo” della filosofia idealista a cui Kant attingeva. Per Platone esisteva un “mondo” popolato dalle Idee allo stato puro che potremmo per approssimazione definire quello della “Verità”. Kant era più circospetto del nostro greco e così si limitava a sostenere che se le nostre conoscenze sono dipendenti dalle variabili che ci compongono e ci costituiscono (i sensi e il linguaggio, innanzitutto) noi non possiamo sapere come sia la sostanza di quella che chiamiamo “realtà”, e che lui chiamava “la cosa in sé” per distinguerla dalla cosa per me (il “per” su cui tornerà Sartre), ma possiamo solo descrivere come appare a noi esserini umani.
Ecco dunque che il “come se” soffre di una notevole ingenuità implicità, ovvero che il come se sia fasullo, un’imitazione di uno stato delle cose che sia diverso dalla simulazione. Non nego affatto questa possibilità, ma è del tutto irrilevante in quanto, essendo la nostra conoscenza un “come se”, anche questo non potrà essere altro che uno dei tanti “come se” – ovvero: “chi se ne frega”.

Abbiamo invece consolidato un’idea, questa abbastanza mutuata dall’eredità kantiana, che la logica metafisica ci avvicini di più alla realtà per noi inconoscibile (la verità lasciamola agli extraterrestri). Mi interessa molto di più domandarmi se ci siano dei criteri comuni a tutti i “come se” ivi compreso quello a cui tutti i “come se” traggono ispirazione e che qualcuno chiama “realtà vera”.

L’idea che la verità (o la realtà vera) sia soggiacente all’apparenza ci conduce ad un sapere fondato sulla scoperta, ovvero al disvelamento razionale dell’apparenza del senso comune. Comunque sia, l’impostazione ermeneutica del sapere (esprimibile come la procedura per spiegazione, chiarimento, interpretazione, traduzione…) che pone come implicita la rivelazione dei misteri e della Verità è quella che ha dominato il percorso delle scienze, almeno come afflato teleologico. Al contrario dei risultati pratici offerti dalle scienze ermeneutiche, le tecniche, proprio come le arti da cui il lemma trae i suoi natali etimologici, quelli delle tecniche caratteristiche della natura dell’homo faber sono infinitamente maggiori e si fondano sul metodo euristico, tipico dell’invenzione, della strategia, della creatività…

Per le tecniche, un sapere, esattamente come un problema, un corpo, una società, una famiglia o un’organizzazione, è un sistema. Le sue proprietà non sono date dalla sua realtà, ma dalle sue regole di funzionamento, le sue interazioni, i valori, le sensibilità. Un sistema basato euristicamente è una sezione di razionalità limitata, circoscritta nello spazio e nel tempo dalla sua definizione, dal suo pattern.

Per questo possiamo definire la coerenza il criterio (algoritmo, Massimo Comune Multiplo…) su cui si regge e pertanto può venire ridefinito e modificato un dato pattern.

La differenza per quanto riguarda il processo clinico fra il metodo istituzionale e quello artistico (ad esempio la concezione della medicina come “scienza” o come “arte” ha caratterizzato il discorso su di essa fino a venirne rimosso dagli studi assieme alla prospettiva storica del pensiero clinico) rispecchia questa differenza di fondo che, se un tempo poteva favorire una fecondazione reciproca del pensiero, oggi gioco forza ci conduce ad un conflitto teoretico e politico.

La “clinica”, per come la intendiamo, proprio come il processo di counseling o di aiuto, è soprattutto un evento situazionale (vedi anche Situated learning, [Situation awareness](Situation awareness), Functional contextualism) unico collocato in un sostrato disciplinare costituito dai protocolli e dalle chiavi interpretative consolidate in un dato periodo storico.

Coerenza e Costruttivismo

HOMERIl modello epistemologico probabilmente più affine ai principi ermeneutici è quello del Costruttivismo su cui non mi dilungherò essendo un tema particolarmente ricco ed articolato per le finalità di questo scritto.
Di tutte le enfasi che si possono mettere agli aspetti gnoseologici del Costruttivismo mi soffermo su quelli che ritengo più pratici soprattutto per i caregiver tout court ed in particolare chi si occupa della mente e del comportamento, che sintetizzo così:
Priorità dell’Azione
Principio di Rilevanza
Feedback e reversal engineering

Con “Priorità all’Azione” intendiamo il semplice principio per cui “si impara facendo”. Detta così la cosa potrà apparire perfino banale: è camminando che il bambino impara a camminare, a prescindere che si proceda per tentativi ed errori, come erano soliti sostenere i “vecchi” behavioristi, sia che scatti una ristrutturazione formale, come affermavano i gestaltici. La questione però va oltre e ci lascia immaginare che i processi di apprendimento coinvolgano tutta la persona e non solo il sistema nervoso centrale (questa cosa ci riporta anche alla pedagogia steineriana). Per converso, si privilegerebbe il metodo induttivo su quello deduttivo, in quanto, proprio come le macchine fotografiche potevano avere “priorità di diaframma” o “priorità di tempi”, anche qui l’azione vissuta o immaginata precedere la sua connotazione razionale. Un’implicazione ancora più forte è quella per cui all’azione si accompagna la sua rappresentazione, non solo linguistica, ma anche sensomotoria. Pensate a quando il passeggero di fronte all’ostacolo pensa che il guidatore dovrebbe frenare e accompagna il più delle volte involontariamente il pensiero con il movimento del proprio piede, anche se risulta del tutto inutile.
Quando in seduta il cliente immagina, in transe o meno, una scena la agisce seppure mentalmente, coinvolgendo tutte le parti del proprio corpo in un atto simulativo. Un neuroscienziato potrebbe chiamare in causa in proposito i famigerati neuroni specchio, ma io preferisco rimanere nel vago e dire che, ogni volta che un genitore dice al proprio figlio di NON cadere in tentazione, proprio l’impatto emozionale del divieto fa sì che egli sperimenti l’azione della tentazione e quindi che ce l’abbia portato per lo meno un poco al suo interno. Questo principio guida le varie sfumature della transe spiegando come sia possibile sviluppare apprendimento tramite un’azione simulata.
La priorità dell’azione comporta una seconda importante considerazione, ovvero che se è l’azione a guidare il nostro sapere non sono le informazioni ad imprimersi sulla lastra fotografica della nostra mente, ma è il nostro agire conoscitivo che costruisce la conoscenza che intende utilizzare. Ovvero, per dirla con un motto, la conoscenza non è un “dato”, ma è un “preso”. Impariamo quello che sappiamo perché cerchiamo quello che pensiamo di dovere o potere trovare. Tuttavia questa non è un’operazione che abbia luogo esclusivamente in soggettiva: costruiamo con finalità sociali e, direttamente o indirettamente, conosciamo gregariamente e collaborativamente con chi ci sta attorno.

Al contrario di quanto possa esservi di relativo in quello che ho scritto finora, l’atteggiamento costruttivista soggiace al Principio di Rilevanza che ne denota l’implicazione etico-morale e quindi politica nel senso del processo decisionale distribuito.
La conoscenza ha un impatto ecosistemico (ecologico) che la qualifica.
Per alcuni il costruttivismo, per il solo fatto di avere una rappresentazione maggiormente provvisoria della conoscenza di quanta ne manifestino i rappresentanti accademici e del sapere divulgativo, potrebbe apparire come un eccessivo relativismo confinante con l’indifferenza e l’opportunismo. Questo può essere vero a fronte di una lettura del tutto superficiale di questa chiave di lettura del sapere. In definitiva, ogni estremizzazione di un modello epistemologico può portare a questo tipo di letture e non è un’eccezione che si faccia di tutta l’erba un fascio.
Nei fatti il costruttivismo nasce proprio sulla base di un’istanza decisamente pragmatica e concreta. Uno degli psicologi costruttivista meno citati, Holzkamp, ha applicato questo modello proprio alla critica nei confronti della ricerca di laboratorio che, nel pretendersi “pura”, non si ponga come obiettivo quello della rilevanza della propria indagine.
Se questa lettura (nata dalla tradizione marxista della Scuola di Francoforte) è valida per i ricercatori, dovrebbe esserlo ancor di più per chi opera con soggetti e gruppi e fra questi terapeuti e caregivers. A questo proposito una critica importante che Bert Ellinger, il padre del metodo delle Costellazioni Sistemiche, rivolge alle scuole statunitensi (dalle quali ha sempre riconosciuto di aver tratto moltissime ispirazioni) si riferisce alla ricorrente promessa che si può fare tutto quello che si vuole (il riferimento maggiore è ad una certa Programmazione Neuro Linguistica o ai predicatori carismatici, da Antony Robbins in poi) nel momento in cui l’individuo, per quanto unica, è solo una parte di un percorso transpersonale, sia attraverso le generazioni che riguardo alle dimensioni che ci sono completamente ignote, non perché ne si sospetti l’esistenza, ma proprio perché ci dovrebbe essere ben chiara la nostra assoluta dipendenza dai canali sensoriali e dai codici strutturali e sistemici delle rappresentazioni formali, prima fra tutte il linguaggio (Vygotskij, Chomsky…) nella nostra misera mappa conoscitiva potenziale prima che attuale. Questo non significa essere relativisti assoluti, a meno che non si sottragga l’enfasi deleteria della connotazione linguistica dell’espressione comune: per quanto mi riguarda l’unico relativismo assoluto deleterio è quello che fa coppia con l’opportunismo che consente di fare affermazioni strumentalmente variabili in funzione della propria patetica convenienza, ma per contrastare questo meccanismo indirizzato a pretendere “la botte piena e la moglie ubriaca”, i percorsi possibili possono essere solo due: quello autoritario, sia che si esprima con una certa filosofia idealistica, attraverso le religioni secolari o l’integralismo materialista della “comunità scientifica”; oppure quello della ricerca consapevole della propria provvisorietà, quella della razionalità limitata di Simon, oppure la relatività metodologicamente rigorosa del nostro processo di Coerenza.
Non è un caso che proprio dalle radici del “sogno americano” del behaviorismo di Ellis, si sono evolute introducendo il principio dell’accettazione (non certo della rassegnazione!!!) nel percorso terapeutico.

Infine non si può non ricordare come il costruttivismo abbia trovato un partner pressoché naturale nella prima e definitivamente nella seconda cibernetica. Questo approccio nasce dagli sviluppi dell’elettronica ed in particolare dai meccanismi omeostatici (come quello che regola il riscaldamento nelle nostra abitazioni) di retroazione o feedback sperimentati dall’aeronautica durante il secondo conflitto mondiale e nella successiva aviazione civile. Feedback vuol dire sapere quello che si va facendo non tanto in base a quanto potenti sono le nostre conoscenze a priori, ma sulla scorta della nostra capacità di adattamento alle risposte che a partire dai nostri comportamenti provengono dall’ambiente o comunque dal contesto o sistema preso in considerazione. A questo proposito, anche la progettazione e il controllo si sono orientati al percorso inverso a quello “migliorista” del positivismo ideologico, tecnico e scientifico, ovvero a quello del reversal engineering: si conosce smontando quello che ha avuto successo a partire dal risultato per risalire all’inizio. È comprensibile che percorso di questo tipo non può condurre ad una conoscenza fondamentale, un pensiero “forte”, come si usava dire negli anni ’80 in contrapposizione ad uno “debole”, ma a delle regole di funzionamento limitate al percorso che si è appena “smontato”. Questo significa lavorare su dei modelli, dei pattern, invece che su delle presunte teorie della conoscenza, dei sistemi disciplinari. Impariamo da quello che facciamo e anche quando pensiamo di sapere dobbiamo essere consapevoli che possiamo formalizzare, consolidare, solo l’informazione che torna indietro ad ogni singolo passaggio significativo.

Prima di tutto semplicità

Come i gigli del campo, come gli uccelli del cielo che liberi nell’aria volano siate voi

Da quanto detto fino a qui dovrebbe essere evidente che un modus operandi che si muova su un presupposto di razionalità limitata, provvisoria, temporanea, su delle “mappe” funzionali invece che nel “territorio” della Verità non può tendere a realizzare dei castelli o dei sistemi ambiziosi, ma piuttosto delle case componibili costruite con materiali riciclabili.
Quando Steve Jobs diceva di ispirarsi ai principi del Buddismo Zen nel costruire degli oggetti sottraendo invece di aggiungere all’infinito si comportava nello stesso modo che raccontava di usare Michelangelo quando sosteneva di scolpire il marmo per fare emergere l’anima che vi era imprigionata.
Nell’individuare i criteri di coerenza, l’algoritmo che caratterizza uno schema di descrizione o di comportamento, si deve procedere in modo analogo a quando a scuola si risolvevano le equazioni, andando a ridurre sempre più la nostra descrizione.
Spesso le persone arrivano o da noi con delle descrizioni complicatissime della loro situazione e dando per scontate sia le cause che le soluzioni possibili. Anche queste cause e soluzioni sono spesso complicate ed eccessive. Nella paziente e progressiva opera di semplificazione apparentemente volta ad individuare l’obiettivo il complicato schema di partenza perde di potere, si sgonfia e lascia emergere uno scenario per molti aspetti profondamente differente da quello che ha originato la domanda, consentendo in questo modo di superare la vera problematica patogena presente in pressoché tutte le richieste d’aiuto: la prigionia conseguente ad uno stallo di lunga durata senza apparenti soluzioni. Solo che, invece di essere descritte come uno stallo queste problematiche vengono trattate come delle malattie o delle tragedie. In realtà quando si perde a scacchi la cosa può essere bruciante ma anche rapida, mentre è il procrastinarsi della sofferenza a condurre a condizioni di cronicità apparentemente incolmabili visto che nessuno vuole perdere e pur di non rischiare la sconfitta ci si accetta il dilungarsi di un dolore infinito.

William_of_Ockham_-_Logica_-_1341Un frate francescano, tale Guglielmo di Occam, ha espresso il criterio della semplicità che dovrebbe orientare ogni scienziato che intenda condurre ricerche.
La sua regola è anch’essa di una semplicità talmente disarmante che quando la si studiava al liceo la trovavamo così banale, in messo a tanti modelli complicati di iperurani e motori immobili, che ci pareva di avere a che fare con un filosofo da bar sport. Solo crescendo e trovandosi quotidianamente assediati da una civiltà fondata sulla complicazione e sul continuo incremento dei consumi, delle innovazioni e delle esigenze a cui il più delle volte non ha corrisposto un parallelo miglioramento delle condizioni di vita avremmo potuto accorgerci dell’importanza di questo principio. La legge di Occam recita che:

“A parità di fattori, è sempre da preferire la soluzione più semplice*
Andando a guardare più nei dettagli questa legge ci insegna che:
– Quando cerchiamo di aiutare un cliente e questo ogni volta introduce un ostacolo in più, non dobbiamo continuare ad aumentare spiegazioni e rimedi, ma dobbiamo riformulare il problema per introdurre nella formula iniziale gli elementi nuovi che andranno a ridefinirlo; dobbiamo fare così anche – e soprattutto, direi – se ci comporta del lavoro in più e se ci fa uscire meno maghi di tanti altri scienziati o ciarlatani con la verità in tasca.
– Quando non sia necessario, quindi, non consideriamo la
pluralità (tante ”cose”), ma caso mai la varietà* molteplici scelte alternative.
– È inutile – e controproducente – ridursi a fare con più elementi quello che può essere realizzato in economia.

Quello della Semplicità è quindi anche un criterio di Sostenibilità, in quanto ci insegna ad usare meno risorse possibile per realizzare i nostri obiettivi, ivi compreso anche abbassando i nostri appetiti per ridurre gli sprechi e vivere meglio con il nostro corpo e il nostro ambiente.

Le regole della semplicità ci insegnano che
– Per ridurre le dimensioni del problema è bene portarlo più lontano possibile dal nostro campo di osservazione e subito esso ci apparirà meno confuso.
– È bene fare ricorso alla dose minore possibile di energia, per prediligere piuttosto quella del cliente, seguendo quella che Watzlawich definì la tecnica dello Judo.
– Non considerare la soluzione come interna all’ambiente di risoluzione: bisogna rappresentare il problema come appartenente ad un sistema aperto dove le risorse il più delle volte non giungono da quello che si fa per non avere più il problema, ma da quello che accade quando ci si porta fuori dall’ambito di influenza del problema stesso. Quando si esce dalla notte per andare a passeggiare anche i fantasmi si sciolgono come nebbia al sole e addirittura ci dimentichiamo della loro esistenza, nonostante il caregiver possa tenerci ad essere ricordato come quello che ha fatto il miracolo quando il più delle volte il cliente sosterrà che le cose sono andate a posto da sole.

E.M. 3/7/2014

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